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Il mulinello da lancio in
Italia Storia ed evoluzione
Fra tutte le attrezzature per la pesca sportiva, il mulinello
è lo strumento in cui estetica e funzionalità si
sono sempre integrate con maggiore evidenza. Dai primi semplici
rocchetti di legno del XVIII secolo ai sofisticati arnesi dei
giorni nostri, è certamente il più apprezzato frutto
della sinergia fra tecnica e stile. Fedele specchio di ogni epoca,
ciascuno di loro è in grado di descrivere quali esigenze
e consuetudini ne abbiano stabilito le scelte tecniche e quali
modelli di vita siano riflessi nel suo design. Il suo innegabile
fascino dunque, risiede senz'altro in questa straordinaria capacità
di "raccontare" la storia.
Impugnare un vecchio mulinello, godere dei suoi dettagli stilistici,
studiarne la meccanica, sono emozioni che vanno ben oltre il semplice
piacere del possesso, ed in quest'ottica romantica, anche alcuni
suoi aspetti deteriori possono essere, entro certi limiti, apprezzabili:
cosa meglio di una laccatura un po' consunta o di un pomello logorato
possono evocare immagini di personaggi, luoghi ed emozioni vissute?
Collezionare mulinelli è, insomma, un'attività per
molti aspetti appagante, ma che in cambio richiede sensibilità,
documentazione ed impegno costante. In Italia , l'utilizzo dei
mulinelli é una scoperta relativamente recente. Benchè
celebri personaggi legati al mondo della pesca sportiva come Angelo
Bruni ne avessero già decantato le meraviglie in diverse
pubblicazioni degli anni Trenta, la maggioranza degli appassionati
nostrani ancora per molti anni avrebbe affrontato i corsi d'acqua
con la classica canna di bambù ed un pezzo di nylon. Si
racconta a tale proposito che solo qualche pescatore più
intraprendente riciclasse i rocchetti del
filo da pesca per ottenere rudimentali repliche dei mulinelli
rotanti, ma nulla di più.Insomma, si sarebbe dovuto attendere
l'inizio degli anni Cinquanta per assistere ad una certa diffusione
di questo prezioso strumento.Tale
periodo infatti, coincide con un più intenso scambio socioculturale
con i paesi anglosassoni, depositari delle più radicate
tradizioni alieutiche, ma anche con un certo interessamento nei
riguardi di questo prodotto da parte della nostra industria meccanica,
in cerca di valide alternative alla produzione di armi ed attrezzature
militari. A quell'epoca risalgono i nostri primi apprezzabili
mulinelli, tutti a bobina fissa e di solida fattura, anche se
palesemente ispirati ai modelli europei di maggior successo. Ricordiamo
innanzitutto i milanesi "Crebbia" e "Major Asso",
coraggiosi tentativi di imitazione del glorioso "Altex"
della Hardy, già sul mercato inglese dal 1932, il "Vortex"
ed il "Glauco" creati sulla falsariga dello svizzero
"Berna" , il "Gimar", senza archetto e con
freno di ruota libero, discreta copia dello "Staro",
altro innovativo mulinello elvetico a quei tempi sulla cresta
dell'onda. Più notevoli per originalità i primi
tre modelli della casa torinese "Alcedo", denominati
semplicemente n° 1, 2 e 3, unici per robustezza e caratterizzati
dall'inconfondibile moneta argentea con il martin pescatore.
Da non dimenticare, tra i mulinelli della nostra prima produzione,
alcuni classici come il "Gladius Carcor", il "Cigno",
l'"Albatros", il "Gabbiano", le tre versioni
dell"LC" ed il piccolo "Nettuno" per il lancio
leggero. La produzione italiana degli anni Sessanta ci ha portato
mulinelli di più spiccata personalità, alcuni dei
quali destinati a fare tendenza non solo in territorio nazionale.
Un ruolo certamente di rilievo spetta ai nuovi modelli "Alcedo":
l'"Omnia Minor", il "Mercury", lo "Jupiter",
ma sopratutto il "2Cs" ed il "Micron", ben
quotato tutt'oggi dai collezionisti americani. Tali modelli hanno
suscitato l'ammirazione di tutto il mercato internazionale per
scelte tecniche e per stile. Ed ancora oggi molti di questi mulinelli
operano con profitto fra le mani di quei pescatori che non hanno
ceduto alle lusinghe della moderna tecnologia.
Indimenticabili anche i " Car Gem", prodotti in officine
fino ad allora dedicate alla produzione di componenti meccaniche
per l'aviazione. Ricordiamo innanzitutto il capostipite "Gemonio",
ricercatissimo progenitore del più famoso "Econ 11",
per continuare con il "Marvel 17" ed il "Falcon
22", straordinario per resistenza all'usura. Appartenenti
ad una fascia economica più elevata, meritano menzione
il "Car Gem 600 Empereur", il "33 Mignon"
ed il "402 Silver Fish", mulinelli di ragguardevole
contenuto tecnico e di grande successo commerciale. Ma produzione
italiana non è tutta quì. Altri mulinelli di notevole
qualità si sono ampiamente meritati la stima di una moltitudine
di appassionati. Ad esempio gli "Agal", fabbricati a
Milano, meritano ben più di una semplice citazione: dall'economico
"54" al raffinato "Captor" si sono contraddistinti
per semplicità d'uso e durevolezza. Ugualmente i bolognesi
"Ofmer" si sono conquistati la fedeltà di innumerevoli
pescatori per la loro affidabilità. Fra i nimerosi modelli
della casa emiliana citiamo l'eclettico "400", il "409",
il "22" ed il "Mini 150" per il lancio ultraleggero,
tutti robusti e con bobina a pulsante sul tipo dei diffusissimi
mulinelli francesi "Mitchell". Semplici ed efficaci
anche i "Renox", fra i quali spicca per praticità
l'economicissimo tipo bicolore interamente realizzato in plastica,
apprezzato dai pescatori dell'epoca come mulinello di ricambio
per situazioni d'emergenza. Infine gli straordinari "Zangi",
innovativi per tecnica e piacevoli per estetica. Fra i modelli
memorabili, l' "Atom" ed il "Jolly" per il
lancio leggero, il "2000" ed il "3 V" per
il lancio medio.Quest'ultimo è ricordato per il particolare
rapporto di recupero a velocità variabile sul modello del
francese "Sup-Matic", vero gioiello di ingegneria meccanica.
Purtroppo il nostro "3 V" non ha dimostrato le stesse
caratteristiche di funzionalità e resistenza, risultando
un "flop" sul piano commerciale. Da non dimenticare
infine il pratico "Zangi" senza archetto a bobina coperta,
risalente ai primi anni settanta.
Con l'invasione del mercato da parte dei mulinelli orientali,
più economici, sufficientemente affidabili e distribuiti
con incredibile capillarità, comincia la decadenza della
nostra produzione. Solo le maggiori case europee, potendo competere
sulla grande distribuzione e puntando sulla qualità superiore
di alcuni modelli destinati alle fasce di mercato più elevate,hanno
potuto sopportare l'urto di una concorrenza commerciale così
aggressiva ed efficace. Leghe leggere e materiali plastici sostituivano
rapidamente bronzo, ottone e bachelite; i mulinelli diventavano
più maneggevoli ed economici, ma perdevano certamente in
stile e resistenza, qualità che avrebbero ad ogni modo
recuperato nel corso degli anni. Così ancora per qualche
tempo sarebbero sopravvissuti solo alcuni dei nostri migliori
prodotti, come gli "Alcedo" e gli "Ofmer",
destinati comunque ad un inesorabile tramonto. Di certo, quando
capita di averne qualcuno tra le mani, bastano pochi giri di manovella
per comprendere ciò che resta della tradizione italiana:
una traccia indelebile di classe e razionalità.
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Gli Hardy " Perfect"
- I mulinelli di Frank Philbrook
- I mulinelli di Edward Vom Hofe
- I mulinelli automatici nella pesca
a mosca
- Il mulinello Hardy "Fortuna"
- Otto Zwarg
- I mulinelli da pesca di Alfred Illingworth,
i brevetti e le imitazioni
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